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Marocco, il limbo dei migranti che sognano l'Europa


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أضيف في 15 مارس 2016 الساعة 42 : 19



Per settimane o mesi, profughi e migranti provenienti dal resto dell'Africa e dalla Siria cercano di arrivare nelle enclavi spagnole di Melilla e Ceuta e di lì in Spagna. Ma per molti non c'è alcuna speranza. Né di arrivare, né di ritornare nei loro Paesi. E le città di confine si trasformano in avamposti di mera sopravvivenza

DI BRAHIM MAARAD


Prego Allah che nessuno di voi venga costretto a lasciare la propria terra”. Lo ripete più volte la bambina siriana che, senza ancora sapere bene come, si è ritrovata a chiedere l’elemosina davanti a una moschea a seimila chilometri da casa. I capelli spettinati, le ciabatte di plastica e la maglietta a maniche corte in pieno inverno portano i segni di quel lungo viaggio. Con lei, all’angolo della porta e senza nemmeno più la forza di chiedere aiuto, la mamma. Il padre se l’è tenuto la guerra in Siria

 

Hanno vagato per migliaia di chilometri con il sogno di arrivare in Europa. E l’Europa si trova anche in Marocco, a Melilla e Ceuta, le enclavi spagnole a nord del paese. Ora sono a Elaioun, una cittadina di 40mila anime a cento chilometri da Melilla. Hanno bisogno di meno di dieci euro per arrivarci. Ma per passare il confine di euro ne servono almeno duemila. “Aiutateci con ciò che potete, Allah vi ricompenserà”, continua la piccola cercando di convincere chi ha appena finito la preghiera di mezzogiorno. Non sa però di trovarsi in uno dei quartieri più poveri della città. Il fedele più ricco porta a casa uno stipendio di qualche centinaio di euro. Tanti altri avrebbero potuto benissimo unirsi alle questuanti se solo avessero avuto un viso meno noto. Alla fine riescono a racimolare poco meno di due euro. Quanto basta per comprare pane e formaggio. Il sogno di arrivare a Melilla è accantonato. Ancora una volta.

 

Come loro migliaia di altri profughi sono bloccati in Marocco nella speranza di poter un giorno attraversare quella barriera che li separa dalla Spagna. Una recinzione lunga dodici chilometri e alta sei metri. Armata di lame, sensori di movimento e telecamere con visori notturni. Alla Comunità europea è costata 30 milioni di euro. Divide Nador da Melilla, l’Africa dall’Europa, la miseria dal benessere. Per molti un ultimo ostacolo da superare. A ogni costo

 

Lo sa bene Moussa che per rispondere alla mia domanda su sui tentativi di passare dall’altra parte, mi mostra le mani piene di cicatrici. Sono le ferite causate dalle lame del filo spinato tutte le volte che ha cercato di scavalcare per lasciarsi alla spalle l’Africa che nulla gli ha regalato. Altri segni, meno visibili ma forse più dolorosi, li porta su tutto il corpo: sono le bastonate che ha ricevuto dalle autorità, marocchine e spagnole, ogni volta che ha fallito nel suo tentativo

 

Una scommessa continua che Moussa non si è ancora stancato di perdere. Anche perché di alternative non ne ha più. Forse non le ha mai avute. “Ho 37 anni e gli ultimi dieci li ho passati in viaggio per arrivare qua”, racconta. “Finora mi è costato più di 3mila dollari. Da quattro anni sono bloccato in Marocco”. Il permesso di soggiorno che ha ottenuto l’anno scorso non l’ha aiutato molto. “Non c’è lavoro, è inutile cercarlo”. Ogni soluzione sembra trovarsi aldilà di quella maledetta recinzione. Per questo anche lui, insieme ad altre centinaia di persone provenienti da decine di paesi dell’Africa nera, si è rifugiato sulla montagna di Gourougou a Nador

 

Da qui la Spagna si vede. Il sogno sembra essere più vicino. “Stiamo in mezzo alla foresta, in mezzo al nulla, e quasi una volta alla settimana cerchiamo di oltrepassare la barriera”. A volte in gruppi di tre o quattro persone. Qualche volta si tenta l’attacco di massa: l’ultimo il 21 novembre scorso. Ci hanno provato in cento, ce l’hanno fatto in tre. In tredici sono rimasti feriti, uno in modo grave. Ha battuto la testa cadendo. La peggiore delle ipotesi vagliate prima di ogni tentativo. Dopo le cure in ospedale parte l’espulsione immediata. Un ciclo disperato che va avanti per qualcuno da settimane, per i più perseveranti da anni. Una battaglia quotidiana per sopravvivere. Contro la fame, contro il freddo e contro le autorità

 

I problemi non fanno che intensificarsi. Lo sanno bene gli attivisti della sezione di Nador dell’Associazione marocchina dei diritti umani. Gli unici a difendere gli “africani”, come vengono chiamati qui. Di episodi da raccontare, da denunciare, ne hanno tanti. Gli ultimi si riferiscono al mese scorso, quando sono precipitati i rapporti tra i profughi e gli abitanti dei villaggi nei dintorni

 

Da sempre alcuni bande prendono di mira le persone che cercano rifugio nella foresta. Li depredano di quel poco che hanno: soldi, cellulari e qualche volta anche i vestiti. Le donne sono sempre a rischio stupro. Mamadou Mohammadou non ha voluto arrendersi ai suoi aggressori. Si è difeso prendendosi una coltellata e ferendo uno che poi è risultato essere della zona. Gli abitanti l’hanno vissuto come un affronto e hanno organizzato una spedizione punitiva ai danni di chi dorme sotto le tende

 

La pace è tornata dopo tre giorni di duri scontri. Ma i pericoli per i disperati non sono mai cessati. L’ultima vittima, il 18 dicembre scorso: mentre il mondo celebrava la giornata internazionale dei migranti, un 34enne di nazionalità sconosciuta moriva dissanguato per le coltellate ricevute durante una rapina. Il giorno dopo sono stati arrestati cinque sospettati, membri di una banda che era solita attaccare i profughi

 

Quando non sono i cattivi a togliere il sonno agli africani, ci pensano i “buoni”. Sono quotidiani i blitz delle forze dell’ordine negli accampamenti. Arrivano la mattina, prima del sole. Arrestano chi non fa in tempo a fuggire sulla montagna e bruciano quel poco che chi ormai non ha più nulla si lascia dietro. Anche qui si sprecano le denunce dell’associazione dei diritti umani. “L’ultimo blitz è avvenuto l’11 gennaio scorso. In manette sono finite oltre quaranta persone. Tra loro anche un neonato e due bambini che hanno meno di cinque anni. Sono stati separati dalle loro madri. Solo il nostro intervento ha permesso il loro ricongiungimento. Le autorità si sono mostrate senza nessuna pietà” si legge in un comunicato ufficiale dell’associazione. E’ solo l’ultimo di tanti casi ignorati

 

Le autorità spagnole non sono da meno. Solo tre giorni dopo il blitz, la “Guardia civil” ha cercato di rimandare in Marocco, attraverso il varco di Melilla, a colpi di bastonate in pubblico una profuga africana che aveva trascorso alcuni giorni al centro di accoglienza. Le autorità marocchine si sono rifiutate di accoglierla, appunto perché ormai era già riuscita a farsi identificare in Spagna

 

Non tutti hanno la forza di sopravvivere nella foresta. In tanti ci provano per qualche settimana poi rinunciano e tornano in città. La seconda meta preferita, dopo Nador, è Oujda. Al confine con l’Algeria. E’ la principale porta d’ingresso per chi viene dal sud del Sahara. Quasi tutti attraversano, perlopiù a piedi, il Mali e il deserto algerino. Per alcuni si aggiunge anche il Niger. Più si va avanti e più diventa difficile tornare indietro. Il concetto lo riassume bene Kingsley, 28enne nigeriano, partito da Lagos sei anni fa: “Questo per noi è una specie di purgatorio, una terra di mezzo tra l’inferno e il paradiso”. E’ a Oujda da quattro mesi, il passaporto gli è stato rubato, è irregolare e non ha nessuna intenzione di tornare a casa. “Ho speso tremila dollari e sei anni della mia vita per arrivare, dovrei spendere la stessa somma per tornare indietro. Ed è la stessa che mi servirebbe per arrivare in Spagna. Anche tu, nella mia posizione, faresti la mia scelta

 

Difficile persino immaginarsi nella sua posizione. Abita, insieme ad altri profughi incontrati per strada, in una casa abbandonata. “Fa troppo freddo per dormire all’aperto”. Chiede l’elemosina a un semaforo sulla trafficata strada che porta all’università. Raccoglie ogni giorno tra i dieci e i venti dirham, sono meno di due euro. Quanto basta per non morire di fame. Perché chi non può più rivendicare il diritto di vivere con dignità cerca almeno di non morire di fame. All’incrocio più avanti c’è Serena, una 23enne che ha lasciato la Costa D’Avorio quando era poco più che una bambina. Ha passato due mesi sulle montagne di Nador. Si è stancata di guardare la Spagna senza poterla raggiungere ed è tornata indietro. “Per scavalcare la recinzione bisogna avere la forza che una donna come me non ha”. Resta l’altra soluzione: affidarsi ai trafficanti. “Se mi presti 2.500 euro domani mattina ti chiamo da Melilla”. Passa i giorni a raccogliere le monete e le notti a contarle. Sono sempre troppo poche e l’Europa è sempre troppo lontana







 

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